Sudan and conflicts zones.

Sudan and conflicts zones.

Wednesday, 9 July 2008



Africa da leggere sotto l'ombrellone
07/07/2008
Mucca nera chiazzata
a cura di Elio Boscaini
La nostra mamma comune era africana. Così dice il nostro Dna. Normale, dunque, che un’africana faccia la modella. Ecco l’autobiografia di Alek Wek che, secondo People, è tra le 50 persone più belle al mondo. Da Nigrizia di giugno

Settima di nove figli, Alek (significa “mucca nera chiazzata”) nasce e cresce in una tipica famiglia dinka, nella cittadina di Wau, nel sud-ovest del Sudan. Il nome della mamma è Akuol, cioè “zucca”. Nome appropriato, perché, come lei, questi ortaggi sono molto utili e importanti per la vita nei villaggi: oltre che come cibo, sono usati come zuppiere e contenitori per l’acqua. «Mia madre era come una zucca: molto servizievole».
Dal padre, Alek eredita il corpo slanciato, oltre un metro e ottanta. Grazie ai genitori, sfugge alle cicatrici sul volto, usanza tradizionale del suo popolo. Il papà, impiegato nelle scuole, «elegante, alto circa due metri, slanciato e di bell’aspetto», contrariamente alla tradizione, ha scelto di non essere poligamo. «È normale in Sudan che un uomo abbia più mogli». Tratta la moglie con rispetto e non è mai violento con lei. La consulta sempre prima di ogni decisione importante. I soldi, invece, è lei a gestirli: sequestra il salario appena arrivato e paga l’affitto e il mangiare.
I dinka, popolo pastore dall’indole forte e orgogliosa, hanno un rapporto speciale con le loro mucche. Il bestiame ha sempre giocato un ruolo centrale nella cultura ed è parte dell’identità etnica, perché rappresenta ricchezza e dignità. «A volte, i ragazzi del villaggio che conducono le mucche al pascolo infilano la testa sotto l’animale mentre sta urinando, e lasciano che il liquido scorra sui capelli e sul corpo. Lo fanno perché l’urina di mucca uccide i pidocchi e tiene lontane le zanzare. È solo un modo diverso di vedere il mondo e, a pensarci bene, quei ragazzi sono furbi a prevenire in questo modo le infestazioni, perché farmaci e insetticidi sono difficili da reperire in campagna».
La famiglia di Alek vive con le mucche in casa. Bisogna, quindi, raccogliere il letame – puntualmente con le mani – e gettarlo da parte. «Mentre eravamo a scuola, lasciavamo il letame a seccare e poi alla sera lo bruciavamo, perché il fumo tenesse lontane mosche e zanzare. Infine strofinavamo la cenere sulla pelle delle mucche, per tenere a bada le zecche. A volte usavamo la cenere – purificata dal fuoco – come dentifricio. Non avevamo spazzolini di plastica a quel tempo: masticavamo bastoncini di legno finché diventavano morbidi e poi li strofinavamo sui denti e sulle gengive. I bastoncini funzionavano bene da soli, ma ancora meglio con il letame in polvere. Tempo dopo, a ventisei anni, sono andata dal dentista per la prima volta. Mi ha detto che avevo denti incredibilmente sani, per cui mi sento di consigliare caldamente l’uso dei bastoncini e del letame in polvere per una corretta igiene orale! Ammetto però che quando ho lasciato l’Africa ho iniziato a usare spazzolino e dentifricio, non avendo più mucche a disposizione».
Un’infanzia normale, quella di Alek. Ma tutto cambia con l’arrivo dei soldati a Wau. La bimba ha otto anni quando la guerra del sud contro il governo centrale riprende con la sua sequela di sofferenze e lutti. Alek ha l’impressione di vivere in una base militare: «Iniziai a pensare che il governo doveva aver fatto qualcosa di sbagliato, se ora aveva bisogno di tutte queste forze per sostenersi». Inciampa nei cadaveri. «Questa era la guerra per me: cadaveri abbandonati a decomporsi».
I genitori decidono di lasciare Wau. Commovente l’addio della mamma alle mucche: «Parlò dolcemente a ciascuna mucca, chiamandola per nome, dando una carezza a una e una grattatina all’altra, assicurando loro che tutto sarebbe andato per il meglio. Giuro che le mucche ricambiarono le sue attenzioni con sguardi intensi».
La famiglia Wek marcia nella foresta per due settimane. Arriva al villaggio dei parenti di papà. I tempi son duri: si sopravvive. E Alek fa l’esperienza della differenza, anche antropologica, tra i figli di città e quelli di villaggio. Sei mesi dopo ritornano a Wau, ma papà parte per Khartoum per curarsi una gamba malconcia. Alek lo raggiunge. Non lo trova guarito, anzi. La figlia maggiore vorrebbe farlo venire da lei a Londra, ma come fare? Il papà muore.
Alek si trattiene un poco nella capitale: «Capivo che i musulmani arabi di Khartoum mi disprezzavano perché ero una ragazzina dinka e parlavo arabo, non essendo la mia lingua madre, con un forte accento». Si vive in venti in tre stanze e una sola latrina. L’amichetta Shara le rivela le mutilazioni genitali cui sono sottomesse le bambine musulmane con la circoncisione. Alek è inorridita.
A 14 anni, con la sorella Atheng, parte per Londra. «Al controllo immigrazione tutti avevano la pelle bianca: non immaginavo potessero esserci tanti bianchi su questo pianeta». Incontra la sorella emozionantissima: non la vedeva dall’infanzia. Stupore anche al mercato: c’è così tanta scelta! A Londra le sparisce la psoriasi che l’ha tormentata per anni.

Mentre un giorno passeggia con l’amica Natalie, una donna bassa e bionda le si avvicina e le dice: «Hai mai pensato di fare la modella?». «All’improvviso il Sudan, con i suoi haboob e i bambini soldato, sembrò molto, molto lontano… Era una favola: una ragazza di diciannove anni proveniente da un villaggio sudanese, afflitta da psoriasi quand’era bambina, adesso viveva nel cuore di Londra con gente interessata al suo look e fotografi che volevano ritrarla». Magia: una top model dalle «gambe lunghissime, la pelle molto scura, un volto tondo dai lineamenti tipicamente africani e i capelli corti e rossastri… La cosa strana della mia professione è che si può diventare molto famose in brevissimo tempo».
Inizia la spola tra Londra e New York. Ma che passione! «Ti trovano grassa, mi disse Mora. Vogliono che tu dimagrisca. Cosa? Per tutta la vita mi ero sentita dire che ero troppo magra. Nel corso degli anni ero quasi morta di fame, letteralmente, e ora venivano a dirmi che ero troppo grassa? Non potevo crederci. Questa è la maledizione delle modelle… Per quanto tu sia magra, qualcuno pensa sempre che potresti esserlo di più». Incontra anche Gianni Versace. «Il problema della mia professione è che tutti pensano che basti essere affascinanti e i soldi rotoleranno verso di te; ma la verità è che bisogna lavorare sodo e prendere la cosa sul serio, come qualsiasi altra carriera». Papà le diceva: «La vita non è un gioco, anche se può essere divertente».
Sta per cambiare il volto della cosmesi e della moda in America. Alek scopre d’essere «una sporca nera». «Il colore della pelle è una questione davvero complicata. In America molti afro-americani di pelle più scura idolatrano oppure criticano gli afro-americani più chiari. Non capisco quest’ossessione per i pigmenti. La scienza dice che il colore della pelle dipende quasi esclusivamente dalla geografia: chi vive nelle aree soleggiate, come lungo l’Equatore, nel corso delle generazioni sviluppa una pelle più scura per proteggersi dal sole; mentre chi vive nelle zone settentrionali ha la pelle più chiara per sfruttare al meglio i pochi raggi del sole e produrre vitamina D. La biologia è davvero molto semplice. Purtroppo la sociologia non lo è». Si rende conto che le paure della mamma erano fondate: sta posando nuda in cambio di denaro. Lavora per la pubblicità Lavazza e capisce che le pubblicità riflettono i modi in cui, a volte, le persone sono stereotipate. Immagini di colonialismo? Si stanca di essere vista solo come una “bellezza nera”, quasi scoperta nella savana, un’innocente primitiva della foresta, tirata su dal fango e addomesticata, senza distruggere la sua bellezza selvaggia. Si ribella alle operazioni commerciali «che mettevano insieme tutte le ragazze nere come se fossero una particolare razza bovina». Cosa vuol dire che ha “look africano”? Ma, finalmente, «anche i grandi stilisti sembrano capire che in Africa c’è bellezza».

Alek sfonda. Finisce sulla copertina di Elle. «Da un giorno all’altro ero diventata per tante persone un simbolo di libertà dalla tirannia della moda». Ma deve ancora «affrontare una sorta di razzismo istituzionale all’interno dell’industria della moda». Il successo le fa percepire l’ostilità.
Ma Alek non può fare solo la modella. Deve fare qualcosa per quella sua terra che ha lasciato in preda a una guerra senza fine. Così, compie un viaggio nel Sud Sudan, accompagnata dall’amica americana Mora. Il viaggio per El Tonj è una vera avventura, anche perché il territorio è controllato dai ribelli dell’Spla: «I gruppi ribelli hanno la fama di fuorilegge crudeli, ma questi uomini, nelle loro semplici uniformi, erano più educati di molti poliziotti dell’immigrazione che ho incontrato negli aeroporti in giro per il mondo». Ritrova zia Alwet: «Sentii un’emozione fortissima: ci abbracciammo e piangemmo con lunghi singhiozzi. Pensava che non mi avrebbe più rivista. Questa era la zia che tutti amavamo tanto e che aveva sofferto tanto, anche prima della guerra».
Alek è colpita dall’estrema miseria in cui vive la popolazione. E dà voce al suo popolo. Finalmente, un accordo di pace è firmato (2005) e Alek e la mamma (che l’ha raggiunta a Londra) possono far ritorno sulla tomba di papà.
Favola moderna di una ragazza del sud del mondo “scoperta” dalla talent scout Fiona Ellis? Forse. Di certo, una bellezza tra le più belle del mondo, oggi impegnata in azioni di volontariato a favore dei profughi del Darfur e di donne affette da malattie cardiache. Gratuità?

Monday, 7 July 2008

Commercio L'italia sta movendo




COMMERCIO ESTERO: URSO IN MOZAMBICO CON 50 IMPRESE ITALIANE

(ASCA) - Roma, 7 lug - Parte dal Mozambico, da oggi al 9 luglio, il Piano Africa messo a punto dal Ministero dello Sviluppo Economico. ''L'Africa ha pagato finora il costo maggiore della globalizzazione, ma e' anche il continente delle nuove opportunita', come si evidenzia dalla competizione che si e' sviluppata soprattutto da parte delle grandi potenze asiatiche: Cina, Giappone e India. Per questo l'Africa deve tornare a essere al centro della politica europea e italiana''.E' quanto afferma Adolfo Urso, sottosegretario allo Sviluppo Economico che, da oggi fino a mercoledi', e' in Mozambico per lanciare ''un programma biennale, messo a punto dal Ministero dello Sviluppo Economico, che prevede investimenti nel continente e che si sviluppera' fino al 2010 con missioni settoriali e asset specifici, con tre obiettivi precisi: approvvigionamento di materie prime, ricerca di nuovi mercati e potenziamento del turismo''.La missione, organizzata dall'Ice e dal Centro dello Sviluppo dell'Impresa di Bruxelles (CDE) in collaborazione con Assafrica, Simest e l'ambasciata italiana a Maputo, vede la partecipazione di oltre 50 imprese italiane che parteciperanno al primo workshop economico tra i due paesi e prevede anche incontri business to business con imprese africane.''Il nostro programma'' spiega Urso in una nota ''e' diretto a valorizzare le risorse specifiche di ciascun stato africano in cui andremo a lavorare in modo da favorire un rafforzamento delle economie locali. Il Piano Africa partira' dal Mozambico, uno stato ricco di gas e alluminio, con una crescita annua del Pil superiore al 7% e proseguira' poi in Angola per passare in Sud Africa, Sudan, Nigeria, Senegal, Mauritania, Tanzania e Capo verde''.Secondo Massimo Mamberti, direttore generale dell'Ice si vuole ''offrire agli operatori italiani l'occasione di acquisire una conoscenza diretta della realta' locale.Puntiamo - spiega - a creare nuove partnership commerciali, industriali e investimenti in un paese che ha un grande appeal per il Made in Italy''. Mentre Massimo D'Aiuto, amministratore delegato della Simest sottolinea che ''c'e' molto da fare e, attraverso un accordo di collaborazione con il CPI, l'agenzia governativa per la promozione degli investimenti, stiamo sviluppando una intensa attivita' di scouting nel paese. Il workshop che si tiene a Maputo sull'utilizzo del gas naturale nel trasporto pubblico e' il primo di una serie di seminari tematici che nascono dall'interesse concreto delle imprese italiane ad investire in Mozambico''

Saturday, 5 July 2008

Varie news

Sudan/Darfur: Consegnate a palazzo Chigi 13.000 firme per stop a violenze

giovedì 03 luglio 2008
Non c'è Pace senza Giustizia e Partito Radicale nonviolento
Giovedì 3 luglio, alle ore 12.00, una delegazione del Partito Radicale Nonviolento e di Non c'è Pace Senza Giustizia, fornata da Matteo Mecacci, deputato radicale eletto nel PD, Vice-Presidente del Partito Radicale Nonviolento, Marco Perduca, Senatore radicale eletto nel PD, Vice-Presidente del Partito Radicale Nonviolento, Gianfranco Dell'Alba, Segretario di Non c'è Pace Senza Giustizia, Bruno Mellano, Presidente di Radicali italiani, Antonella Casu, Segretaria di Radicali italiani, Michele De Lucia, Tesoriere di Radicali Italiani, Antonella Dentamaro, coordinatrice delle Attività italiane di Non c'è Pace Senza Giustizia ha consegnato al Governo una petizione internazionale, sottoscritta da 13.000 cittadini di tutto il mondo, che chiede ai Paesi del G8 di intervenire sulla situazione del Sudan.
L'iniziativa rientra nel quadro della campagna "Stop Arms to Darfur", che vede riunite oltre cinquanta organizzazioni internazionali nella richiesta ai Paesi del G8 di intervenire con urgenza per porre fine alla violenza e all'impunità per gli atroci crimini commessi in Darfur. In particolare si chiede che il G8 adotti una dichiarazione con questi cinque punti fondamentali:
1. Ferma condanna alle rinnovate violenze in Darfur e richiamo a tutte le parti in causa affinchè rispettino l'accordo di cessate il fuoco.
2. Condanna della violazione in corso dell'embargo sulle armi secondo quanto stabilito dalla Risoluzione 1591 del Consiglio di Sicurezza. Richiamo a tutti gli Stati affinchè fermino il trasferimento diretto o indiretto di armi in Darfur.
3. Offrire assistenza da parte degli stati Membri del G8 affinchè le forze UNAMID abbiano gli equipaggiamenti tecnici necessari al dispiegamento immediato delle forze di pace.
4. Stesura di un piano specifico attraverso il quale i Paesi del G8 contribuiranno all'effettivo percorso di pace in Darfur e all'attuazione dell'Accordo di Pace (CPA).
5. Sostegno agli sforzi già in atto per ottenere giustizia e porre fine all'impunità per le atrocità e i crimmini contro l'umanità commessi in Darfur. Sostegno alla adozione di sanzioni nei confronti del Sudan qualora continui a non cooperare con la Corte Penale Internazionale.
Analoghe manifestazioni si terranno in tutte le capitali dei Paesi del G8 in vista del Summit di Hokkaido del 7-9 luglio prossimi: le organizzazioni inglesi consegneranno le firme a Downing Street, quelle americane alla Casa Bianca e così presso tutti le sedi dei governi.
Link all'audiovideo della manifestazione a Roma ripresa da Radio Radicale.
Leggi e firma la petizione ai leaders del G8
Leggi la lettera firmata da 50 organizzazioni internazionali

مظاهرة نسائية أمام البرلمان السوداني
تقرير محمد الطيب بي بي سي، الخرطوم
تظاهرت العشرات من نساء الاحزاب السياسية وناشطات في مجال حقوق المرأة امام البرلمان السوداني احتجاجا على تمثيل المراة في الانتخابات المقبلة عبر قوائم منفصلة كما اقرها مجلس الوزراء.
وكان البرلمان السوداني قد مدد جلساته لمزيد من التشاور والتداول حول البنود المختلف عليها في قانون الانتخابات.
وسلمت النساء المتظاهرات مذكرة للبرلمان يرفضن فيها التمثيل عبر القائمة المنفصلة معتبرة ذلك انه يعزل النساء عن احزابهن ويرسخ لاضعافهن وتهميشهن بما يقلل من مشاركتهن السياسية.
وطالبت المذكرة بانتهاج تمثيل المرأة من داخل القائمة النسبية الحزبية الموحدة الامر الذي يضمن لهن مشاركة فاعلة في العمل السياسي بما يقوي من النظام الديمقراطي خاصة وان البلاد مقبلة على الانتخابات على حد قول المذكرة.
وتقول زينب بدرالدين من الحزب الشيوعي السوداني احد المتظاهرات ( ان فصل النساء عن الرجال فكرة غير مقبولة وتكرس لمفهوم ( حوش الحريم) نحن نطالب بقائمة موحدة من داخل قائمة الحزب لان الاصل في الكوته(المقاعد المخصصة للمرأة) اعطاء فرصة للنساء لكي يصلن الى مواقع صنع القرار).
فيما وصفت سوسن الشوية عضو منبر نساء الاحزاب السياسية ومنظمات المجتمع المدني الجهة المنظمة للمظاهرة القائمة المنفصلة بانها اقصائية للمرأة ولا تتيح التنوع والمشاركة السياسية الكبيرة وتقول السوية " نحن كنساء لن نقف مكتوفي الايدي حتى ولو تمت اجازت ذلك من البرلمان" . وجهة نظر أخرى
بيد ان رئيسة الاتحاد العام للمراة السودلنية رجاء حسن خليفة اكدت في مسيرة اخرى مؤيدة ان القائمة المنفصلة تمنح للمرأة حق مشاركتها السياسية كاملا دون هضم لحقوقهن ويضمن لهن 112 مقعدا في البرلمان من 450 ويتيح لهن الفرصة اكثر في التنافس في التمثيل النسبي والدوائر الجغرافية.
واتهمت خليفة اللائي يطالبن بالقائمة الموحدة بانهن يعملن لصالح احزابهن السياسية وليس لصالح المرأة وان الخطوة التي يقومون بها بمثابة تبرع لحقهن للرجال دونما اي مبرر.
بينما استنكرت بدرية سليمان رئيسة لجنة التشريع والعدل بالمجلس الوطني هذه الخطوة معتبرة ان القائمة الموحدة لاتحقق مكاسب كبيرة بالنسبة للمرأة بخلاف القائمة المنفصلة وتقول" ان القانون نال على تراضي وتوافق كافة القوى الساسية، وهو في طور القراءة الثالثة والاخيرة، ووفق المادة 62 من الدستور فان هذا المطلب ينافي التمييز الايجابي للمرأة وفيه مجازفة وتضييع لحقوق المرأة لانه ليس هناك مايضمن حقوقها في القائمة الموحدة " .
يذكر ان المؤتمر الوطني والحركة الشعبية لتحرير السودان - شريكا الحكم في البلاد - قد أعلنا تجاوز خلافاتهما حول قانون الانتخابات الجديد في ظل تحفظ عدد من الأحزاب الأخرى الرئيسية بالبلاد.
ويرى مراقبون ان هذه الاحتجاجات جاءت في وقت متاخر ولن يكون لها اي مردود بعد ان تمت اجازة قانون الانتخابات من قبل مجلس الوزراء وهو طريقه للاجازة النهائية من البرلمان يوم الاثنين المقبل
Dal mitra al microfono
di Pierfrancesco Pacoda
La vita del bambino soldato a ritmo di rap. È "Warchild" l'album di Emmanuel Jal arruolato a sei anni dall'Armata di liberazione del popolo in Sudan

Emmanuel Jal
Sembra una di quelle storie di gangsta rap, ambientate trai ghetti di Compton, a sud di Los Angeles e Hollywood. Invece la vita di Emmanuel Jal si è consumata, sin dall'adolescenza, in campi profughi e luoghi di addestramento militare. Come un bambino soldato. A sei anni è stato arruolato dall'Armata di liberazione del popolo del Sudan, per combattere nella guerra civile che travolge il suo paese. In mano un mitra automatico e centinaia di chilometri da percorrere in bicicletta tra villaggi e foresta. Poi, a 14 anni, insieme a 400 coetanei, la fuga. Da allora, una 'carriera' da simbolo dell'infanzia oppressa, culminata nel film sulla sua vita presentato al Festival di Berlino. La scoperta dell'hip hop, le prime canzoni (una fa parte della colonna sonora del film con Leonardo DiCaprio, 'Blood Diamonds'), e ora un album, 'Warchild' che, in perfetto stile rap, racconta le esperienze con i ribelli, gli omicidi, le torture. A coronare la sua storia di redenzione sarà, a dicembre 2008, l'uscita, per la casa editrice St. Martins Press, della sua autobiografia.
(03 luglio 2008)

Wednesday, 2 July 2008

Un Sudanese che ha scatinato la guerra!!

«Voglio andarmene», rivolta al Cpt di via Corelli
MILANO 01/07/2008 - Ennesima rivolta, ieri sera, al Cpt di via Corelli. Anche questa volta è stata la polizia a calmare gli animi in poco più di mezz’ora, dopo che un clandestino di 57 anni originario del Sudan ha scatenato una sommossa coinvolgendo anche altri connazionali e provocando il ferimento di un giovane volontario del 118.La rabbia dell’uomo, che è stato portato al Cpt poche settimane fa perchè trovato sprovvisto di documenti dopo un normale controllo, è esplosa, pare, per via di un ritardo nelle procedure per l’espatrio. L’uomo, a detta del suo avvocato, voleva tornare a in patria il prima possibile perché stufo dei «maltrattamenti subiti all’interno del centro».Come spesso accade in questi casi, lo straniero ha cercato la solidarietà degli altri immigrati, che gli hanno dato man forte. Il gruppo ha iniziato a spaccare sedie e vetri e ha divelto una panchina. Immediato l’intervento della polizia (già presente sul posto con un presidio fisso) cui ha dato man forte anche una volante inviata dalla Questura. In poco tempo gli agenti sono riusciti a sedare la sommossa e tutto è tornato alla normalità.Negli attimi di concitazione, però, è rimasto leggermente ferito un volontario del 118, colpito da un pezzo di vetro che gli ha provocato un taglio alla testa. Il sudanese che ha dato inizio alla rivolta sarà rimpatriato oggi. Sul posto è accorso il suo legale, Marina Vaciago: «Il mio assistito mi ha telefonato detto che il personale del Cpt lo stava maltrattando».

Tuesday, 1 July 2008

Scarsità d'aquae legname


RIFUGIATI-CIAD: Si aggrava la scarsità d’acqua e di legnameDavid Axe

IRIBA, 30 giugno 2008 (IPS) - Tutte le mattine al sorgere del sole, Fatne Adbaraman attraversa per un breve tratto il campo profughi di Iridimi nel Ciad orientale con in mano una tanica da venti litri. La depone accanto ai contenitori delle altre donne presso il punto di distribuzione dell’acqua, poi aspetta il suo turno per assicurarsi la propria razione quotidiana di una delle risorse più scarse in Africa centrale, e fattore scatenante dei conflitti in corso nella regione.
La mancanza di un equo accesso all’acqua e alla legna è all’origine delle rivolte che stanno sconvolgendo oggi il Ciad, l’Africa centrale e la regione del Darfur, Sudan, spiega Alain Lapierre, tra i responsabili dell’organizzazione umanitaria CARE International. E queste sono infatti le due principali preoccupazioni di Abdaraman, oltre che degli altri 18mila rifugiati del Darfur del Nord a Iridima, e dei residenti originari della vicina città di Iriba. Queste due risorse vitali scarseggiavano già prima che il conflitto in Darfur portasse un ulteriore flusso di 250mila rifugiati nel Ciad orientale. E adesso si consumano molto più velocemente di quanto madre natura ci metta a riprodurli, e anche le nuove condizioni climatiche fanno la loro parte. Nonostante gli sforzi disperati dei gruppi umanitari, secondo le autorità locali la legna sarà esaurita entro il prossimo anno. E l’acqua potrebbe presto seguire la stessa sorte. Ma oggi c’è ancora acqua a sufficienza nel moderno sistema di distribuzione di Iridimi per riempire il contenitore di Abdaraman. E quando non c’è? “Vado fino all’altro pozzo”, spiega la donna mentre riempie la sua tanica da un rubinetto di acciaio inossidabile, e dei bambini fanno ressa intorno a lei.Ma l’altro pozzo è a mezzo miglio di distanza, e bisogna uscire dal campo. La cavalcata di mezz’ora a dorso di un mulo non solo è calda e fastidiosa, ma può essere anche pericolosa, visto l’intensificarsi del brigantaggio e dell’attività dei ribelli sudanesi nel Ciad orientale, quest’ultima soprattutto ad opera del gruppo “National Alliance” del Sudan, che tenta di rovesciare il presidente del Ciad, Idriss Deby. È un pozzo sempre aperto; profondo 15 metri, collegato direttamente con un bacino idrico sotterraneo. L'acqua è dolce, pulita e ricca di minerali. Il problema è che è stato scavato anni fa dai residenti di Iriba, e loro non vogliono che i rifugiati ne facciano uso. Subito dopo l’apertura del campo profughi a Iridimi nel 2004, intorno al pozzo sono cominciate le dispute tra le donne di Iriba e quelle del campo. Le due parti hanno formato un comitato locale di mediazione, ma oggi il pozzo è un luogo turbolento, dove le donne sgomitano per attingere l’acqua, anche se raramente scoppiano dei veri e propri scontri. Ma di fatto, il problema dell’acqua a Iridimi è appena cominciato - e sta avendo effetti devastanti anche sulla scarsità di legname. Adrian Djimdim, responsabile di CARE che lavora a Iridimi, dice che le sue squadre devono scavare sempre più in profondità per raggiungere la falda acquifera da cui poter ricavare nuovi pozzi. “E quando finalmente l’acqua si trova, potrebbe non essercene tanta quanta si pensava”, spiega Adboulay Dramon, un ingegnere di CARE. I due uomini stanno tentando di tutto per sfruttare al meglio le riserve d’acqua del campo. Dove le pompe elettriche moderne sono inadeguate, installano delle pompe manuali; e studiano nuovi sistemi per riuscire a catturare il più possibile dalle intense, ma brevi, piogge estive del Ciad. Di solito, l’acqua piovana scorre troppo velocemente verso i letti dei fiumi in secca - chiamati “wadis” - perché il terreno riesca a trattenerla rendendola disponibile per i pozzi. Così, Djimdim e Dramon hanno cominciato a costruire delle dighe lungo i wadis dentro e intorno al campo. “L’idea è di… rallentarla, così che possa essere assorbita dal terreno”, spiega Dramon. Hanno cominciato con un piccolo sistema di chiuse in uno dei wadi che va a finire in un giardino interno al campo. Quest’anno il loro grande progetto è una diga in cemento armato in un wadi più grande lì nei pressi. Ma anche questa diga rischia di rivelarsi un fallimento, visto che la stagione delle piogge in Ciad, che generalmente dura quattro mesi, è sempre più breve, un fenomeno che Lapierre attribuisce al cambiamento climatico globale. Anche se le piogge sembrano essersi normalizzate e le dighe funzionano come previsto, potrebbe essere già troppo tardi per salvare le riserve di legname sempre più scarse di Iridimi. L’Onu raccomanda ai rifugiati di prendere solo un chilo di legna al giorno, ci dice Caroline St. Mleux di CARE, ma ad Iridimi c’è solo un terzo di questa quantità per persona. E il problema si sta aggravando. Secondo il presidente di Iridimi Abu Abbaker Atom, la legna si esaurirà entro il prossimo anno.In un certo senso, il legname si è già esaurito. Nessuno raccoglie più legna secca a Iridimi - è semplicemente finita. Per poterla fornire ai rifugiati, l’organizzazione non profit locale Adesk percorre tutte le campagne. Ogni mattino alle 3, i raccoglitori di Adesk escono con dei camion pesanti per il trasporto del legname. Fanno ritorno a Iridimi 6 ore dopo con più di 3 tonnellate di rami secchi e curvi, elemosinati o rubati nel cortile di qualcun altro. Le donne del campo si arrampicano sul camion e tirano giù la legna per accatastarla, pesarla e distribuirla. Mentre pesa la sua catasta, Amdalal Usman Abakar spiega che non c’è mai legname a sufficienza per lei e i suoi sei figli (il marito è rimasto in Sudan). Ciascuna delle dieci aree del campo riceve solo una consegna al mese - e Adesk ha sempre più difficoltà nelle consegne. Prima, il gruppo trovava la legna subito fuori dal campo. Adesso i raccoglitori devono allontanarsi fino a 60 chilometri, talvolta anche oltre il confine col Sudan. Per ogni chilometro che devono percorrere, il loro lavoro diventa più costoso, più rischioso e con minori probabilità di successo. Piantare più alberi è l’unica soluzione sul lungo periodo di fronte alla scarsità di legname - e CARE ha un piccolo asilo a Iridimi, dove due turni di una ventina di lavoratori - tutti rifugiati - coltivano migliaia di nuove piantine. Ma molti di questi alberi giovani muoiono per mancanza d’acqua. Djimdim spiega che anche quando sopravvivono, ci mettono anni prima di cominciare a produrre legna. Nel frattempo, Iridimi ripone le proprie speranze su un’improbabile combinazione di alta tecnologia e vecchie tecniche: CARE sta distribuendo le stufe “Save 80” (“Risparmia 80”) del valore di 100 dollari a tutte le famiglie di almeno tre componenti. Queste stufe sofisticate, prodotte con un metallo che cattura il calore, utilizzano solo il 20 per cento della legna necessaria per un falò; da qui il loro nome. Ma a causa del loro costo, le stufe Save 80 fanno fatica ad inserirsi, sostiene St. Mleux. Così, molte famiglie di Iridimi hanno riscoperto i metodi tradizionali di racchiudere il fuoco in un guscio di terracotta, in sostanza ricalcando la tecnologia “cattura-calore” delle stufe Save 80. (FINE/2008)

Friday, 27 June 2008

Arresto

Partito democratico, adesso un'italia nuovaArticolo pubblicato in INTERNAZIONALE su www.partitodemocratico.itil 25 giugno 2008
Rappresentante dei rifugiati del Darfur in Italia arrestato in Ciad
Accusato di spionaggio
Il Ciad ha accusato ed arrestato Suleiman Ahmed per spionaggio. Un’accusa da prendere per le molle perché Ahmed è anche il rappresentante dei rifugiati del Darfur in Italia. Come si legge su Africa news Ahmed è un uomo che da sempre lavora per il proprio popolo, da troppi anni costretto a subire crimini efferati. Ahmed, tanti anni fa, dopo aver messo in salvo la sua famiglia in un campo profughi in Ciad, venne in Italia per denunciare la mondo intero il genocidio in atto nel suo Paese, per far conoscere a tutti il dramma dei bambini soldato.Da qualche mese Ahmed era tornato in Ciad per rincontrare la sua famiglia, per scattare qualche foto, per proseguire il suo preziosissimo lavoro. Ma qualche giorno fa (13 giugno) Suleiman Ahmed è stato arrestato dagli uomini dei servizi del Ciad in un campo profughi a nord dello Stato africano. Il governo di N’Djamena, la Capitale, ha “giustificato” l’arresto collegando Ahmed agli agenti del governo da sempre impegnati a destabilizzare l’autorità dello Stato confinante. Il Sudan infiltrerebbe agenti nei campi profughi per corrompere le autorità, per sobillare i profughi, un po’ – è sempre il governo del Ciad ad asserirlo – il lavoro che Ahmed svolgerebbe in Italia. “Del Sudan non si parla – dichiarò Ahmed nel 2004 ad un giornalista – la stampa qui quasi ignora la tremenda guerra che sta distruggendo il mio Paese. Noi abbiamo dovuto scegliere la lotta armata dopo che il governo non faceva nulla per la nostra gente e non si riusciva a raggiungere alcun accordo politico. Nel marzo dello scorso anno abbiamo preso le armi”. Questo era ed è ciò che muove Ahmed, un sudanese che ama il suo popolo e che vide morire sotto i bombardamenti sua figlia appena quattordicenne.Da anni la stampa internazionale e le organizzazioni non governative accusano il presidente Omar al-Bashir, salito al potere con un golpe nel 1989, e il suo Fronte nazionale islamico di perseguitare, torturare ed uccidere le etnie di religione cristiano-animista presenti nel sud del Paese e tutti coloro che si oppongono al suo regime. Nel 2003 iniziò una durissima guerra tra le forze governative e le milizie del nord, del Darfur. Omar al-Bashir fautore di uno stato islamico e fondamentalista nel 1991 sostituì il codice penale vigente con i dettami della Shari’a. Va anche ricordato che nel ’91 Osama Bin Laden stabilì proprio in Sudan la sua base operativa, da dove se ne andrà cinque anni dopo, a causa delle pressioni statunitensi. Il 1991 fu anche l’anno in cui il presidente al-Bashir diede il via ad una serie di riforme funzionali ad accentrare il potere nelle sue mani. E’ il 2003 quando gli scontri con le milizie del Darfur si tramutano in una guerra vera e propria tanto che nel 2004 il segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, parla di pulizia etnica e nel 2005, il Sudan, ingaggia una guerra “sporca” con il Ciad. Una guerra fatta di sconfinamenti, di ruberie e devastazioni di ogni genere. Da allora i due stati si accusano vicendevolmente di continui sconfinamenti, raid e massacri ai danni delle popolazioni che vivono sul confine. R.dS.
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Monday, 23 June 2008

Legge anti stupri, e la gaf di Mia Farrow


Risoluzione 1820, no alla violenza sessuale in zone di guerra
di Anna Bono - 21 giugno 2008
Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato all'unanimità il 19 giugno una risoluzione in cui si afferma che «stupro e altre forme di violenza sessuale possono rappresentare un crimine di guerra, un crimine contro l'umanità o uno strumento di genocidio». Il Consiglio prende quindi in considerazione l'adozione di «misure contro le parti che, in situazione di conflitto armato, commettono stupri», non escludendo di deferire i colpevoli alla competente Corte Penale Internazionale dell'Aja. La risoluzione inoltre chiede a tutte le parti coinvolte in conflitti armati l' «immediata e completa cessazione» di ogni forma di violenza sessuale contro civili e rivolge al Segretario generale dell'ONU l'invito a trasmettere al Consiglio, entro il 30 giugno 2009, un rapporto che documenti i casi in cui la violenza sessuale «è stata ampiamente e sistematicamente usata contro i civili». Human Rights Watch, una delle maggiori organizzazioni non governative per la difesa dei diritti umani, ha definito la risoluzione «un atto storico». Più concretamente, Condoleezza Rice, che presiedeva la riunione del Consiglio, ha dichiarato che «la risoluzione fissa un meccanismo per far venire alla luce quelle atrocità», portando ad esempio Birmania, Sudan e Repubblica Democratica del Congo. Le parole del Segretario di Stato USA Rice evidenziano il punto debole della risoluzione che, senza dubbio, può favorire l'attivazione di un buon sistema di monitoraggio, per il quale si sono già sollecitati adeguati finanziamenti, ma che probabilmente può garantire ben poco in termini sanzionatori. È difficile infatti immaginare «misure contro le parti» che risultino davvero efficaci e men che meno può valere la minaccia di ricorrere alla Corte Penale Internazionale. Questo organismo, costituito per giudicare casi di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l'umanità, si sta in realtà dimostrando, come era prevedibile, assai meno utile di quanto promesso: principalmente perché non dispone di una forza propria per eseguire arresti e deve perciò fare affidamento sui governi, a meno di ricorrere a metodi del tutto discutibili.
Proprio in questi giorni è scoppiato un caso clamoroso. Il procuratore della Corte, Luis Moreno Ocampo, ha rivelato alcune settimane fa di aver organizzato un'operazione, peraltro fallita, per dirottare un aereo su cui viaggiava il ministro per gli affari umanitari del Sudan, Ahmed Haroun. Il ministro da oltre un anno è stato accusato di crimini di guerra nel Darfur, insieme a Ali Kushayb, colonnello delle milizie arabe janjaweed che seminano morte e distruzione tra le etnie di origine africana di quella regione. Ma Khartoum ha finora rifiutato di consegnarli alla Corte dell'Aja sostenendo che la magistratura sudanese è perfettamente in grado di amministrare la giustizia e che la Corte non ha giurisdizione per giudicare nessun cittadino sudanese per qualsivoglia crimine: senza contare che le Nazioni Unite meglio farebbero a preoccuparsi dei ripetuti episodi di violenza anche sessuale di cui si rende responsabile il personale delle missioni di pace e dei campi per profughi, inclusi i caschi blu della Unmis, la missione incaricata di vigilare sull'applicazione degli accordi di pace che nel 2005 hanno posto fine alla guerra tra nord e sud Sudan, accusati all'inizio del 2007 di centinaia di casi di violenza sessuale, per giunta su minori.
Al momento, in effetti, forse solo la Repubblica Democratica del Congo ha consegnato spontaneamente alla Corte degli imputati: per la buona ragione che si tratta dei capi di movimenti armati antigovernativi dei quali il governo congolese si sbarazza volentieri. In compenso, l'incriminazione da parte del tribunale dell'Aja di Joseph Kony, fondatore del Lord Resistance Army, il movimento responsabile di 20 anni di guerra nel nord Uganda, ha contribuito involontariamente al fallimento dei negoziati avviati due anni fa per porre fine al conflitto. Kony infatti, come altri leader antigovernativi prima di lui, pone come condizione per deporre le armi la garanzia di non essere perseguito penalmente; anzi, sull'esempio della Sierra Leone, del Burundi e del Sudan, pretende di entrare nel governo e di integrare nell'esercito i propri combattenti: sono richieste che possono apparire assurde, ma in Africa spesso sono condizioni necessarie per la pace.
Anna Bono
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bono@ragionpolitica.it






MIA FARROW NON e PEGGIO DI BUSH?

Venerdм 20 giugno 2008

Mia Farrow, ex moglie di Woody Allen, attrice e attivista dei diritti umani, ha dichiarato al “Financial Times” che si и rivolta alla Blackwater Worldwide per tutelare i profughi del Darfur. La Blackwater Usa e la piщ grande compagnia militare privata che esiste. Un esercito ben addestrato e meglio armato di mercenari che chiunque, avendo denaro, puт assoldare. Bush ha utilizzato questa Private Military...