Sudan and conflicts zones.

Sudan and conflicts zones.

Tuesday, 16 February 2010

Bambini soldati!!!!



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Quei bambini soldato Uno di loro si racconta -->
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Inviato da redazione il Lun, 15/02/2010 - 17:45

Giuliano Rosciarelli

INTERVISTA. La drammatica testimonianza di John Onama, guida dell’esercito ugandese quando aveva 14 anni. Ora vive e lavora a Padova, dove insegna Europrogettazione alla facoltà di Scienze politiche. Ha 44 anni ma non può dimenticare quanto ha vissuto: «Ancora oggi faccio fatica a sognare un mondo perfetto, come facevo quando ero piccolo. Credo nella possibilità del cambiamento ma vado avanti giorno per giorno. Non riesco a guardare lontano».
A quattordici anni già conosceva la morte, guidava un plotone di 70 soldati, scovava ribelli nelle immense campagne ugandesi. Sapeva smontare e rimontare un kalashnikov in pochi minuti, sparare e nascondersi, ma non ha mai dimenticato che quella non era la sua vita e che prima o poi tutto sarebbe finito. John Baptist Onama è solo uno dei tanti bambini vittime dei conflitti che insanguinano le terre africane. Strappato dalla sua vita e diviso dalla famiglia venne “reclutato” per fare da guida al Terzo plotone della 13esima Brigata compagnia C dall’esercito governativo, una squadra nata per scovare i ribelli che si nascondevano nei campi fuori della città di Moyo, in Uganda a cinque chilometri dal confine con il Sudan.Era il 1979 e un colpo di Stato aveva da poco destituito il dittatore Amin (che a sua volta aveva fatto cadere il governo guidato da Milton Apollo Obote). Al governo del Paese si era insediata la Coalizione provvisoria nazionale presieduta da Yusuf Lule. Le tensioni interne, tuttavia, non si erano attenuate e il 13 maggio 1980 un nuovo colpo di Stato militare riportò al potere Obote, costretto comunque a fronteggiare diversi gruppi di guerriglia, fra cui le milizie ancora fedeli ad Amin. John ora ha 44 anni, vive e lavora a Padova dove insegna Europrogettazione alla facoltà di Scienze politiche. Come sei entrato a far parte dell’esercito?Nel 1979 con il colpo di Stato che pose fine alla dittatura di Amin scappai con la mia famiglia in Sudan. Mio padre era un politico durante la prima Repubblica nata dopo l’indipendenza. Dopo alcuni mesi passati in un campo profughi, sono voluto ritornare in Uganda per finire le scuole. La situazione sembrava normalizzata. Mio padre e mia madre rimasero in Sudan, io fui accolto da un’amica di famiglia. Dopo nemmeno un anno, scoppiò un nuovo conflitto. Nessuno si poteva salvare, i soldati entravano nelle case e facevano razzia di ogni cosa, per le strade c’erano morti ovunque. Durante una retata venni scovato insieme a mio fratello nella soffitta della casa in cui vivevo. I soldati ci risparmiarono la vita solo perché conoscevamo bene il territorio e a loro servivano delle guide. Venni portato nel quartier generale, interrogato e addestrato per tre giorni alla guerra. Il kalashnikov è un’arma facile da utilizzare anche per un bambino. Siete stati maltrattati? Non fisicamente. Più che altro fu una violenza psicologica. Quando ci hanno catturato, ci dissero che ci avrebbero fucilato. Non abbiamo pensato nemmeno un minuto a un bluff. C’erano cadaveri ovunque, nelle strade, nelle case, era in atto una guerra di pulizia etnica e quindi non c’era molto da scegliere. Sei stato coinvolto in azioni di guerra? Hai mai dovuto sparare? È il prezzo che si deve pagare per sopravvivere. Il mio plotone era nato per scovare i ribelli di Amin che si nascondevano nelle campagne e facevano agguati continui. In quei casi non hai molte alternative: o vivi o muori. Le guerriglie venivano combattute da gruppi di 5-6 persone, o anche di 2-3 a volte. Eravamo spesso sotto il tiro dei cecchini annidati nella foresta. Quanto è durato il tuo reclutamento? In tutto circa due anni, ma non continuativamente. Un primo periodo è durato circa un mese, da metà ottobre del 1980 a metà novembre. Il mio compito era scovare tracce nei sentieri. Si partiva la mattina molto presto, perché gli attacchi dei ribelli coincidevano con il suono delle campane. Allora si partiva prima, si seguiva quello che riuscivamo a captare, si pattugliava il perimetro dell’area e si andava avanti fino all’ora di pranzo, poi c’era una piccola pausa pranzo, riposo al pomeriggio, poi si ripartiva fino a sera. Prima del tramonto del sole si trovava un posto per dormire. Dopo fui rispedito al quartier generale dove facevo vita da caserma anche se non ero ufficialmente arruolato e non percepivo alcuno stipendio. Ricominciai a studiare presso la missione dei comboniani. Provai a fuggire nuovamente in Sudan dalla mia famiglia ma fui ripreso dall’esercito e rispedito al quartier generale. E poi? Mi fu affidato un compito diverso: dovevo sorvegliare l’attraversamento del Nilo dove c’era un traghetto, che era l’unico modo di comunicazione tra la sponda occidentale e orientale. Il quartier generale era sulla sponda orientale e questo metteva un po’ a rischio i rifornimenti. C’erano pattugliamenti nelle vicinanze. Questa seconda esperienza è durata da marzo fino ad agosto del 1981. Perché usano i bambini? Le motivazioni sono diverse caso per caso. In generale però bisogna dire che obbligare i bambini a fare la guerra è più facile che usare gli adulti. I bambini si abituano subito alle situazioni. Se ne danno una giustificazione e non avendo strumenti per capire o persone vicine, quella per loro diventa la normalità. Non avendo alternative quello che ti viene presentato ogni giorno davanti agli occhi pensi sia la vita reale. Pensi che ciò che stai facendo sia giusto. Addirittura ti senti importante. Io fortunatamente non ho mai dimenticato che quello non era il mio posto e che prima o poi ne sarei uscito. È possibile farsi delle amicizie in quei contesti?Noi guide eravamo molto considerate dai soldati. In più occasioni il nostro intuito e la conoscenza del territorio hanno salvato molte vite, per questo eravamo trattati piuttosto bene. In alcuni momenti arrivi quasi ad amare i tuoi “carcerieri” e quando qualcuno di loro muore provi anche dolore. Come ci si abitua alla morte? Per noi africani non c’è bisogno di una guerra per capire la morte. Da noi si muore presto per qualunque cosa. La morte diventa parte integrante della vita. Più difficile è abituarsi alla violenza. A quella non ci si abitua mai. Come sei riuscito a fuggire?Sono andato via dall’Uganda nel 1989 grazie all’aiuto dei padri comboniani. Sono stato prima accolto in una famiglia italiana poi ho cominciato a lavorare e a guadagnare i soldi per proseguire gli studi e laurearmi. E la tua famiglia?Fino a poco prima di arrivare in Italia non avevo visto più nessuno. Ai miei genitori era stato detto che eravamo tutti morti. Ma ora mio padre non c’è più e mia madre è ancora in Sudan. Sono passati trent’anni. Come si supera una storia come questa? Non sono mai riuscito a superarla veramente. Ancora oggi faccio fatica a sognare un mondo perfetto, come facevo quando ero piccolo. Credo nella possibilità del cambiamento ma vado avanti giorno per giorno, dando importanza alle piccole cose. Non riesco a guardare lontano. In questo mio percorso mi ha molto aiutato la fede. Come hai fatto a dare un senso a quanto accaduto? Utilizzando la mia esperienza come una occasione per aiutare il mio Paese e l’Africa. Vado in giro a raccontare cosa accade in quelle terre sensibilizzando l’Occidente, mettendolo di fronte alle sue responsabilità. Non è stato facile. Per vent’anni non ho mai parlato di quanto accaduto. Nessuno conosceva la mia storia. Ancora oggi, quando mi trovo a parlare di fronte a una platea, spesso faccio fatica.
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Anche in Darfur il Jem ha usato bambini.......................................azim

Thursday, 11 February 2010

News of Sudan.


Sudan: miglioramento delle relazioni con il Ciad favorisce il processo di pace nel Darfur
2010-02-11 19:32:48 cri
Il 10 febbraio a Doha, capitale del Qatar, il consulente del presidente sudanese, Ghazi Salaheddin El-Atabani, ha affermato che il costante miglioramento delle relazioni tra Sudan e il suo vicino Ciad è favorevole al processo di pace nella regione di Darfur.
Salaheddin, responsabile del problema di Darfur, ha affermato che la visita del giorno 8 del presidente del Ciad, Idriss Deby, in Sudan, non solo costituisce un punto di svolta delle relazioni tra i due paesi, ma svolge un positivo ruolo per la sicurezza e lo sviluppo della regione del Darfur e la sistemazione dei sfollati a seguito dei conflitti.
La parte orientale del Ciad confina con la regione del Darfur situata ad ovest del Sudan. Negli ultimi anni i due paesi hanno accusato reciprocamente la controparte di aver causato i tumulti nella regione e sostenuto le forze armate ribelli che tentavano di rovesciare i propri governi, provocando un costante tensione nelle relazioni tra i due paesi. L'8 febbraio del mese corrente il presidente del Ciad ha compiuto la prima visita sin dal 2004 nel Sudan e ha tenuto un colloquio con il presidente sudanese Aminu Bashir Wali.


News and fun and wisdom


An offer from the SPLA to Sudanese government that if the south split from the north, this is when the 2011 the referendum will take place. The oil wells will be on the south territories so the government of the south will continue to divide the oil revenue 50% to 50%
75% of Sudan’s proven reserves of 6.3 bn barrels are in the south.
The pipeline that carries the oil to export terminals and refineries runs through the north.
Sudan produce 500.000 barrels of oil a day earning $ 8 bn (5.8bn euro, 5.1bn £)
http://www.ft.com/africa/


South Africa
Feb 11th 1990 Nelson Mandela walk out of prison “Victor Verste” in Robin Island.
He had been locked up for 27 years in tiny cell.

Famous words
Desmond Tutu
“Look around you look at all the colours we are the Rainbow People”.
There is no firebrand thinking for revenge and ranc

Saremo in Bit al Padiglione 6, Stand A93-B94


Il Sudan per la prima volta alla Bit
Mercoledì, 10 Febbraio 2010

di Cinzia Berardi - Mercoledì, 10 Febbraio 2010


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Il Sudan sarà presente per la prima volta in Bit (padiglione 2 World, stand G20-H21) con una delegazione guidata da Joseph Malwal Dong, ministro del turismo e dell’ambiente, Alier Deng Ruai Deng, ambasciatore del Sudan in Italia e Muawia Eltoum Elamin Elbukhari, ministro plenipotenziario dell’ambasciata del Sudan in Italia. Lo stand sarà condiviso con la società The Italian Tourism Co., land operator italo-sudanese del tour operator milanese I Viaggi di Maurizio Levi, che promuove e organizza itinerari turistici nel Paese e gestisce le uniche due strutture ricettive di livello europeo al di fuori della capitale Khartoum, vale a dire la Nubian Rest House di Karima nell’area archeologica del Jebel Barkal e il campo tendato fisso di Meroe nell’omonima zona archeologica, entrambe basi di partenza per viaggi e spedizioni alla scoperta dell’antica regione della Nubia sudanese.

Tuesday, 9 February 2010

Peace now !!!!!




08/02/2010
Sudan, storica visita del presidente del Ciad per raggiungere la pace in Darfur
Per la prima volta dal 2004, Idriss Deby incontra Al Bashir
Il presidente del Ciad Idriss Deby è atterrato nel Sudan per la prima volta dal 2004. Una storica visita che ha come tema centrale i colloqui di pace sulla martoriata regione del Darfur. I due paesi hanno combattuto per molti anni lungo il comune confine intorno al Darfur. La visita di Deby ha colto di sorpresa l'establishement di Khartoum, che ha sempre accusato il Ciad di sostenere i gruppi ribelli della regione in guerra. Stessa accusa dal Ciad al Sudan, accusato di sostenere le milizie armate dell'ovest del Ciad. Gli analisti hanno sempre sostenuto che i ribelli fungevano da linea di difesa extra per entrambi i paesi, una politica che però ha gravato ulteriormente sui drammatici problemi umanitari delle due zone.
Ad accogliere il presidente Deby, Omar al-Bashir, suo omologo sudanese. Una visita, questa, che comunque arriva dopo chiari segnali di distensione fra N'Djamena e Khartoum. Lo scorso mese i due paesi hanno firmato un accorto per mettere in sicurezza il confine. E, a differenza di molti altri tentativi rimasti sulla carta, questo trattato ha già dato i suoi primi frutti: una forza congiunta di 1500 uomini dispiegata lungo la frontiera.
L'incontro Deby- al Bashir, dunque, potrebbe far fare passi da giganti a questo nuovo corso. I due paesi restano ancora molto diffidenti l'uno verso l'altro, ma il fatto che la stabilità di entrambi dipenda da una pace vera e duratura sta portando i due leader a ravvedimenti e grandi gesti.Intanto, secondo stime delle Nazioni Unite, trecentomila persone sono morte in Darfur dall'inizio del conflitto, nel 2003. Una cifra non condivisa, però, da Khartoum che la definisce gonfiata per ragioni politiche.





Peace Reporter
Sudan, Lega Araba definisce inaccettabile decisione Cpi di riaprire procedimento contro Bashir
postato 20 ore fa da PEACE REPORTER
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In una nota diffusa nel fine-settimana dal Cairo, i 22 paesi della Lega Araba ribadiscono che l'azione della Cpi "ostacola gli sforzi arabi e africani per promuovere il processo di pace in Sudan" - La Lega Araba ha definito inaccettabile la recente decisione dei magistrati d'Appello della Corte penale internazionale (Cpi) di riaprire il procedimento contro il presidente sudanese, Omar Hassan el Beshir, per "genocidio". In una nota diffusa nel fine-settimana dal Cairo, i 22 paesi della Lega Araba ribadiscono che l'azione della Cpi "ostacola gli sforzi arabi e africani per promuovere il processo di pace in Sudan". L'agenzia di stampa Misna riferisce che l'organismo panarabo avrebbe convocato una riunione straordinaria interamente dedicata al Darfur che si terrà il 14 febbraio a el-Fasher, capitale del Nord Darfur. E' proprio qui, in uno dei tre stati che compongono l'omonima regione occidentale sudanese, che dal febbraio 2003 un conflitto interno sta provocando una grave crisi umanitaria. La critica della Lega Araba si unisce a quella dell'Unione Africana, che venerdì aveva definito dannosa per la pace l'ultima decisione della Cpi sulla vicenda Beshir. Il giorno prima che i magistrati della Corte penale internazionale si esprimessero sulla possibilità di valutare nuovamente un'incriminazione per genocidio del presidente Beshir, Unione Africana e Lega Araba avevano anche proposto un emendamento allo Statuto di Roma, atto costitutivo della Cpi, chiedendo un ruolo dell'Assemblea generale dell'Onu (e non solo del più ristretto Consiglio di sicurezza) nelle questioni della Corte. Unione Africana, Lega Araba e Movimento dei paesi non allineati hanno da sempre giudicato inopportuno il procedimento giudiziario avviato dalla Cpi contro il presidente sudanese in carica proprio in un momento così delicato della storia sudanese come quello attuale. Tante le questioni aperte: i colloqui di pace per il Darfur, le elezioni presidenziali ad aprile e il referendum sull'autonomia del Sud il prossimo anno. Si tratterebbe infatti di un processo più dettato da logiche politico-economiche di alcune potenze internazionali che da una vera volontà di giustizia. Le accuse della Cpi, secondo questi organismi sovranazionali, rischiano di far saltare la delicata situazione sudanese.
La pace depende anche dell Movimenti di liberazione non solo governo Sudanese insomma che soffre la guerra sta sotto la tenda non in ufficio................................azim

Monday, 8 February 2010

Sudan Unpaese unico non dividibile----




Darfur,a marzo conferenza in Egitto
Annuncio ministo degli Esteri del Cairo
L'Egitto ospiterà il 21 marzo una conferenza per la ricostruzione della regione sudanese del Darfur, devastata dalle violenze e dalla guerra civile. Ad annunciarlo il ministero degli Esteri egiziano, Ahmed Abdul Gheit, al termine di un incontro con il segretario generale della Conferenza Islamica, Ekmeledin Ehsanoglu, il quale si è felicitato per ''il ruolo giocato dall'Egitto nel sostenere il Sudan e proteggere la sua integrità territoriale''.


sabato, febbraio 06, 2010
Il Sudan è uno dei piu' importanti Paesi esportatori di grano e sorgo, ma in Sud Sudan e Darfur cresce il numero di chi ha fame.
di Mauro A. per Italians for Darfur ONLUS

Il World Food Programme (WFP) delle Nazioni Unite ha fatto sapere che il numero delle persone dipendenti dagli aiuti alimentari internazionali è cresciuto in Sud Sudan di ben quattro volte nell'ultimo anno, passando da 1 milione di persone a 4,3 milioni, a causa di conflitti e siccità.
Circa 50,000 tonnellate di sorgo e alimenti di origine vegetale verranno dislocati in Sud Sudan e si aggiungeranno alle derrate già in distribuzione in tutto il Sudan, come in Darfur, per sostenere oltre 11 milioni di persone non autosufficienti, nell'ambito di uno dei piu' grandi progetti di asssistenza alimentare realizzati al mondo.

BBC Arabic

آخر تحديث: الاثنين, 8 فبراير/ شباط, 2010, 03:27 GMT
الرئيسان السوداني والتشادي يجتمعان في الخرطوم
اجتمع الزعيمان السوداني عمر حسن البشير والتشادي ادريس دبي يوم الاثنين في العاصمة السودانية الخرطوم.
وبحث الزعيمان مشكلة اقليم دارفور وسبل تهدئة التوتر القائم منذ سنوات بين الدولتين.
كان قرار الرئيس التشادي إدريس ديبي بالمجيء إلى الخرطوم مفاجأة على ما يبدو حتى لعدد من كبار المسؤولين السودانيين.
وكان البلدان قد دأبا على اتهام بعضهما البعض بإيواء ومساعدة الجماعات المتمردة في كل منهما، وانهار العديد من اتفاقات السلام التي وقعت بينهما بعد اشتعال القتال على الحدود بين الدولتين.
وفي يوليو/ تموز رفع السودان شكوى امام مجلس الامن الدولي بعد غارات شنها الطيران التشادي على اراضيه واقر التشاديون بانهم قصفوا مواقع للمتمردين التشاديين يقيمون قواعدهم الخلفية في دارفور.
ويعتقد أن بعض الجماعات المتمردة التي تساهم في استمرار النزاع المسلح في اقليم دارفور في غرب السودان يتم تمويلها من تشاد.
على قدم المساواة تقول تشاد ان الخرطوم تساعد المسلحين المتمركزين في أقاليمها الشرقية.
ويقول محللون ان المتمردين يعملون بوصفهم خطا اضافيا للدفاع عن كل بلد، ولكنهم يضيفون أن هذا المزيج السام يزيد من تفاقم المشاكل الإنسانية في كل من دارفور وشرق تشاد.
وتأتي زيارة الرئيس ديبي بعد ظهور بعض المؤشرات على تحسن العلاقات.
وكانت الدولتان وقعتا في الشهر الماضي اتفاقا يهدف الى تعزيز الاجراءات الامنية على الحدود.
وعلى العكس من الاتفاقات السابقة فقد حددت هذه الاتفاقية بعض الخطوات العملية التي يتعين اتخاذها منها أن توضع القوات المشتركة تحت قيادة سودانية لمدة ستة أشهر حسبما افادت وكالة الأبناء السودانية، وستعمل من اجل تحقيق الاستقرار الأمني في المنقطة.
وقالت وزارة الخارجية الامريكية إن تطبيع العلاقات بين السودان وتشاد يعد عنصرا أساسيا لدفع محادثات السلام في دارفور قدما.


Ultimo aggiornamento: Lunedi شباط February 8, 2010, 03:27 GMTPresidenti del Ciad e del Sudan si incontrano a KhartoumI due leader hanno incontrato il presidente sudanese Omar al-Hassan al-Bashir e il suo omologo ciadiano Idriss Deby sulla Lunedi nella capitale sudanese Khartoum.I due leader hanno discusso il problema del Darfur e le modalità per calmare le tensioni in anni tra i due paesi.La decisione di Presidente ciadiano Idriss Deby a Khartoum per venire a quello che sembra sorprendere anche per un certo numero di alti funzionari sudanesi.I due paesi hanno personalizzato per accusano a vicenda di nutrire e assistere gruppi di ribelli in ciascuno, sono crollati e molti degli accordi di pace firmati tra loro dopo lo scoppio dei combattimenti al confine tra i due paesi.Nel luglio del Sudan sollevare un reclamo dinanzi al Consiglio di Sicurezza dell'Onu, dopo le incursioni aeree in territorio ciadiano e ammesse hanno bombardato le postazioni dei ribelli ciadiani ciadiani vivono basi posteriore in Darfur.Si ritiene che alcuni gruppi di ribelli che contribuiscono al perdurare del conflitto armato nella regione del Darfur nel Sudan occidentale, da finanziare con il Ciad.Su un piano di parità Ciad dice Sudan sta aiutando gli insorti nei territori orientali.Gli analisti dicono che i ribelli stanno operando come un'ulteriore linea di difesa per ciascun paese, ma aggiunge che questa miscela tossica aggravare i problemi umanitari in Darfur e sia Ciad orientale.La visita viene dopo il presidente del Ciad, l'emergere di alcuni indicatori di un miglioramento delle relazioni.I due paesi hanno firmato un accordo il mese scorso volto a rafforzare le misure di sicurezza alla frontiera.In contrasto con gli accordi precedenti, la presente Convenzione ha individuato alcune misure concrete da adottare, compresi i prelievi forze congiunte sotto la guida del Sudan per sei mesi, secondo l'agenzia di bambini del Sudan, e si adopererà per raggiungere la sicurezza e la stabilità nella regione.L'Unione Sportiva del Dipartimento di Stato che la normalizzazione dei rapporti tra il Sudan e il Ciad è un elemento essenziale per il pagamento dei colloqui di pace sul Darfur in avanti.

Saturday, 6 February 2010

NEWS OF darfur

SUDAN: ITALIANS FOR DARFUR, SI PONGA FINE A QUERELLE SU GENOCIDIO
(AGI) - Roma, 4 feb. - "L'eterna querelle sul 'genocidio si', genocidio no' in Darfur ha ormai raggiunto livelli grotteschi". Dopo che ieri la Corte penale internazionale dell'Aja ha riaperto il fascicolo sul presidente sudanese Omar Hassan al-Bashir, su cui pende un'accusa di genocidio 'congelata' da un ricorso per insufficienza di prove, sul caso e' intervenuta l'organizzazione promotrice della campagna per la difesa dei diritti umani in Sudan, Italians for Darfur'. "I giudici d'appello della Corte penale internazionale dell'Aja", si legge in una nota dell'organizzazione, "hanno annullato la decisione della Corte che aveva respinto la richiesta di incriminare il presidente sudanese Omar Hassan al-Bashir, gia' ritenuto responsabile di crimini di guerra e crimini contro l'umanita', anche per genocidio. Il reato piu' grave non fu contestato per insufficienza di prove. Non bastarono i 90mila morti sotto le bombe dell'esercito di Khartoum e degli attacchi incendiari dei Janjaweed (le sole milizie avrebbero trucidato 35mila tra Fur, Masalit e Zaghawa) e le oltre 200mila vittime della crisi umanitaria scaturita dal conflitto, che negli ultimi sette anni e' andata sempre peggiorando fino a cristallizzarsi nell'inefficacia di oggi degli aiuti sul campo". In quell'occasione, riferiscono da Italians for Darfur, "le contestazioni del procuratore Moreno Ocampo furono ritenute eccessive. Oggi i giudici d'appello affermano che l'esclusione di quel reato e delle relative prove fu 'un errore giuridico'. E noi ci chiediamo: fu errore giuridico o politico?". "Che il termine 'genocidio' abbia sempre destato forti imbarazzi", sottolinea l'organizzazione, "anche in quanti non abbiano mai negato ne' contestato le responsabilita' del presidente sudanese, e' ormai fatto noto. Il dubbio che il 'clima' pre-emissione del mandato di arresto abbia 'influenzato' la decisione della Corte e' dunque giustificato". Conclude la nota: "Ci auguriamo che i giudici chiamati ora a stabilire se aggiungere il reato di genocidio alle accuse che gia' includono sette capi d'imputazione per crimini di guerra e contro l'umanita' tra cui omicidio, sterminio, tortura e stupro, possano esprimersi serenamente e riescano a porre fine a questa assurda querelle avviando cosi' un percorso che porti a una vera giustizia per il popolo 'martire' del Darfur". Red/Gav

Reply to Youssif Ishag.



This is a reply to Sayed Youssif Ishag,
My political ideas are clear to every body and my generation use the supeficialy leftist language of multiculuralism and post - colonialism to imply that human rights are a modern version of imperialism which westerens impose on societies that do not need them.
Your carisma and oratorial brilliance could not persuade to insult old man like me we respect each other be caution to that..............................................Abdelazim
Questa è una risposta a Sayed Youssif Ishag,
Le mie idee politiche sono chiare: ad ogni corpo e la mia generazione di usare il linguaggio supeficialy di sinistra di multiculuralism e post - colonialismo significa che i diritti umani sono una versione moderna di imperialismo, che westerens imporre alle società che non ne hanno bisogno.Il vostro carisma e brillante oratorio non poteva convincere a insultare vecchio come me, ci rispettiamo reciprocamente ............................ .................. Abdelazim

Tuesday, 2 February 2010

Cinese 50% ma europei 80%




01/02/2010


La Terra in svendita
I terreni fertili di Africa, Asia, Sud America sono nel mirino di paesi ricchi, potenze emergenti e multinazionali. Una caccia alla terra tanto per esigenze di sicurezza alimentare quanto per questioni di profitto come spiega Franca Roiatti ne “Il nuovo colonialismo”.
Franca RoiattiIl nuovo colonialismo. Caccia alle terre coltivabiliUniverstà Bocconi editore, 2009191 pagine, 15 euro
Venti milioni di ettari, l’equivalente dell’Italia fino a Napoli: secondo una stima approssimativa, sarebbe la terra coltivabile che, solo negli ultimi due anni, “è oggetto di accordi tra paesi o dell’interesse di fondi di investimento e aziende private”, spiega Franca Roiatti ne Il nuovo colonialismo. Caccia alle terre coltivabili (Università Bocconi editore, 2009, pagg. 191, 15 euro). Una terra che per i governi di alcuni paesi, come Cina, India, Arabia Saudita significa il futuro della propria sicurezza alimentare, ma che per fondi e aziende vale la possibilità di cavalcare il nuovo business verde dei biocarburanti. In mezzo, tra governi e privati, una massa di contadini che rischiano di essere privati della terra che dà loro la sussistenza per un pugno di promesse.
Un “Risiko della terra”, dunque, che agli occhi di molti appare come una nuova forma di colonialismo e del quale il volume di Franca Roiatti ricostruisce con taglio giornalistico gli attori e i molteplici interessi in gioco.
Ci sono i paesi ricchi di risorse ma poveri di terreni, che guardano con apprensione al loro futuro alimentare. Secondo le stime della Fao, nel 2050 la popolazione mondiale arriverà a 9 miliardi e bisognerà aumentare del70% la quantità di cibo prodotta. Ciò significa almeno 1 miliardo di tonnellate in più di cereali. Una sfida resa ancor più ardua dai cambiamenti nella dieta delle popolazioni in via di sviluppo: “Oggi un cinese mangia 54 chili di carne all’anno, 20 anni fa erano 25”, scrive Roiatti. “Per far fronte a questo ritmo, nei prossimi 20 anni il colosso asiatico dovrà allevare 200 milioni di porci in più”, alimentandoli con i cereali. E non ce la farà pur essendo il secondo produttore al mondo di maiali. Poi c’è l’India, che nel 2030 diventerà più popolosa della Cina, e che al pari del Dragone si trova già oggi a fronteggiare anche un elevato rischio idrico causato dallo sfruttamento e dall’inquinamento. Ma ci sono anche i paesi come l’Arabia Saudita e il Qatar, che hanno la potente leva dei petrodollari da usare per ottenere le terre.
E se da un lato ci sono governi che, almeno in apparenza, cercano terra per garantire la sicurezza alimentare dei propri cittadini, dall’altro ci sono fondi e multinazionali a caccia di profitti attraverso l’agrobusiness: “Sebbene manchino dati consolidati”, spiega l’autrice, “il ritmo al quale fondi e società stanno investendo nella terra è considerevole. Negli ultimi anni, oltre 120 accordi e progetti che assommano a diverse decine di miliardi di dollari”. Società, come la coreana Daewoo Logistics, che ottengono gratis dal governo del Madagascar 1,3 milioni di ettari per le proprie coltivazioni intensive (la vicenda, emersa a livello internazionale, ha poi alimentato la rabbia popolare sfociata in un colpo di stato), o Africa BioFuel, costola di una multinazionale norvegese, che con la connivenza di alcuni potenti locali è quasi riuscita nell’intento di sottrarre “con l’impronta del pollice di un capo villaggio analfabeta, 38.000 ettari di terra ad Alipe” in Ghana.
Già, l’Africa. È su questo enorme continente che si gioca la partita più importante del nuovo colonialismo. La Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Africa (Uneca) ha quantificato in 733 milioni gli ettari di terra arabile, dei quali meno del 4% sarebbe sfruttato. Un patrimonio enorme, che purtroppo i poverissimi paesi africani, come l’Etiopia, ma anche quelli meno poveri, come il Kenya o la Tanzania, non esitano a svendere, soggiacendo più o meno consapevolmente a contratti spesso oscuri e poco tutelativi, pur di attrarre investimenti stranieri e con essi la promessa della costruzione di infrastrutture. Ne è l’esempio il Sudan, dove “mentre 2,5 milioni di profughi del Darfur sopravvivono con gli aiuti umanitari, il paese esporta prodotti agricoli tra i quali gli alimenti base della dieta sudanese”, scrive Roiatti. Interessi commerciali, è il dubbio, a scapito dell’agricoltura di sussistenza di milioni di piccoli coltivatori.
Ma se gli interessi in gioco sono molteplici e complessi, come rendere il fenomeno della vendita della terra, che ha i contorni del neocolonialismo, “ in una situazione win-win, vincente per tutti?”. Il punto chiave, conclude la giornalista, è “riuscire da un lato a rafforzare le capacità dei governi di negoziare gli accordi con le società e i fondi d’investimento esteri, dall’altro a tutelare i diritti dei piccoli contadini, dei pastori, le pedine più deboli nel grande Risiko della terra”.
Franca Roiatti, giornalista, ha lavorato per diversi quotidiani, radio e settimanali. Oggi si occupa di esteri per Panorama.
Io credo in dio come credo che europei ci hanno fregato tanto ma Cinese hanno detto 50% 50% ma anche quando lavoravo nell Ambasciada del Sudan Enimont ha fatto perdere quasi 80 milione di dollari che non lo hanno ancora resarciti perchè la corte del comunita europea ha datto autorizzazione ma governo Italiano uno dopo l'altro pagano a guccia d'ACQUA ....................AZIM